Marc Andreessen: l’intreccio di storia, tecnologia & società
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Welcome,
per parafrasare il cofounder di a16z, Netscape e Mosaic Marc Andreessen, protagonista di oggi:
It’s time to start.
Cosa farebbe qui Elon?
Ogni innovatore, o più generalmente persona di successo, ha un modo singolare di interpretare il mondo.
Secondo Marc non è possibile sintetizzare tutte queste diverse prospettive in un unico modello, essendo troppo complesse, spesso contradditorie. Come plasmare una propria visione unica, se col tempo tendiamo a cristallizzarci nelle abitudini, diventando resistenti a nuove idee?
Una delle soluzioni è una specie di “esercizio immaginativo”: come altri affronterebbero una certa situazione? Quali sono i loro modelli mentali?
Nelle sue parole:
“Se in questa stanza ci fossero Elon Musk, Steve Jobs, Andy Grove o Peter Thiel, cosa direbbero? Ovviamente è una sfida enorme, perché queste persone sono incredibilmente intelligenti e non posso davvero replicare il loro processo mentale. Ma so come ragionavano: li ho conosciuti, e in ogni caso hanno scritto e parlato molto di come affrontavano i problemi.”
E poi fa due esempi pratici:
“Prendiamo Elon. Il modello più utile di lui, quello semplice anche se è una persona molto complessa, è il cosiddetto pensiero per primi principi. Lui parte dall’idea che diamo per scontate troppe cose solo perché “così stanno le cose”. La cosa giusta, invece, è riportare tutto ai fondamenti, alle basi, e ricostruire da lì. È un approccio che gli viene dalla fisica, dove si è formato. Smontare un’idea fino agli elementi essenziali e poi ricostruirla è un modo potentissimo per stimolare davvero il pensiero.”
“Da Peter Thiel, invece, ho tratto molto dal suo interesse per il filosofo René Girard e dalla teoria del desiderio mimetico: le persone tendono a imitarsi a vicenda, e da lì nascono rivalità, dinamiche sociali e, in certi casi, meccanismi di capro espiatorio. Girard sosteneva che questo principio reggeva l’intera società. Forse non è del tutto vero, ma di certo ha grande forza esplicativa, soprattutto per capire cosa accade nei sistemi di rete e su internet. In questo senso, avere un “dibattito immaginario” con Peter ti obbliga a osservare una situazione con quella lente, e spesso è illuminante. (…)”
Per Marc, questo esercizio “serve a mantenere vivo il flusso di idee, a constringerti a mettere alla prova le tue convinzioni con prospettive diverse dalle tue.” E aggiunge che è anche un modo estremamente utile per non rimanere intrappolato nei propri preconcetti.
È un dato di fatto: ogni umano vive tra le proprie mura mentali, con la propria cornice di conoscenze ed esperienze pregresse.
Per cui, come sosteneva saggiamente Karl Popper, più è variegato il contenuto delle cornici di due o più individui a confronto, più interessanti e fruttuosi saranno gli output, dopo il processo di scontro tra le loro idee.
In questi giorni, siamo piuttosto fortunati: perché non usare strumenti come ChatGPT come un partner di pensiero, per realizzare quel modello di Marc? Magari dopo aver provato inizialmente da soli, per capire se ci era sfuggito qualche dettaglio o una prospettiva diversa. Anzi, questo esercizio di pensiero si potrebbe espandere ad artisti di altre discipline, se fosse il caso.
Esempio pratico di prompt:
*Rispondi a [questo problema testuale/visivo], come se fossi Elon Musk/un filosofo stoico/un extraterrestre privo di alcuna cultura/un poliedrico fisico premio Nobel/un designer della scuola Bauhaus*
Insomma, il limite è solo la nostra immaginazione.
Marc a corollario:
“Per me, immaginare Peter Thiel o Elon Musk sulla spalla è un modo per mettere sotto pressione il mio stesso processo mentale. Mi chiedo: se lo spiegassi a Peter o a Elon, direbbero “ottima idea” o piuttosto “Marc, questa è una stupidaggine”? Elon direbbe che è una cosa assurda. Peter direbbe che non l’ho pensata fino in fondo. E allora so che devo rifare il lavoro, per davvero, fino a poterlo giustificare.”
Leggere la storia, per leggere il futuro?
Marc Andreessen sostiene che, ad un’analisi attenta, nonostante le tecnologie appaiano oggettivamente nuove, viviamo in una sorta di loop.
Sembra come una partita di tennis, in cui tecnologia e società continuano ininterrottamente a giocare1, e dalla loro interazione – più o meno armonica – si crea buona parte del mondo che esperiamo:
“Man mano che la tecnologia cambia la società – e, allo stesso tempo, la società cambia la tecnologia – quanto di ciò che viviamo come “nuovo” è davvero nuovo? E quanto invece sono schemi antichi che si ripresentano sotto nuove forme?” afferma Marc. E ancora:
“Quello che scopro, in generale, è che se c’è qualcosa che non capisco, provo a leggere andando indietro nel tempo. E più indietro vado, più trovo temi universali: molte delle cose che ci sembrano uniche e straordinarie del nostro tempo, in realtà, sono ricorrenze che appartengono da sempre all’esperienza umana. Per me questa è un’esperienza rassicurante: mi fa sentire meno come se il mondo stesse girando in una direzione del tutto nuova, e più come se stessimo semplicemente rivivendo schemi profondamente radicati nell’umanità.”
Woah… [Marc Gené intensifies]
Poi Marc fornisce l’esempio della paura per i bambini, in merito all’utilizzo di nuova tecnologia, continua:
“È davvero la prima volta che si fanno affermazioni del genere? Oppure queste stesse paure sono già state espresse per tutte le generazioni precedenti di tecnologie? E se sì, erano accuse diverse o erano le stesse? E nel caso fossero le stesse, oggi stanno avendo effetti differenti, o si ripetono nello stesso modo?”
Un esempio di libro che ha cambiato il suo modo di vedere è “Men, Machines, and Modernity”, di Elton Morrison, che ricostruisce la storia di come le nuove tecnologie vengono accolte dalla società.
Tech vs Society, il match infinito
Mantengo la sintesi del libro di Marc, vista la chiarezza, da cui nasceranno degli spunti di riflessione:
“[L’autore] propone un processo in tre fasi. La prima fase è l’indifferenza: la nuova tecnologia viene ignorata, liquidata, gli esperti e chi detiene il potere la considerano irrilevante. La seconda fase è il contro-argomento razionale: lo status quo mette insieme tutti i motivi possibili per spiegare perché quella tecnologia non funzionerà e non sarà importante. Qui il dibattito diventa serio e articolato. La terza fase è quando iniziano gli insulti: lo status quo diventa emotivo, irritato, si “squilibra” e comincia ad accusare i sostenitori della nuova tecnologia di ogni sorta di crimine morale.
La spiegazione che Morrison dà di questo schema è che ciò che percepiamo come “cambiamento tecnologico” è in realtà un cambiamento sociale, e in particolare un riordino della struttura di potere e di status. Chi ha raggiunto posizioni di potere grazie alla tecnologia precedente si sente minacciato dalla nuova, perché questa rischia di ribaltare la gerarchia e portare al comando altri attori. E in società, le lotte per potere e status sono le più dure e feroci.
Così succede che molti tecnologi partono convinti di aver costruito una “trappola per topi migliore” e pensano che il mondo li applaudirà per questo. Invece scoprono che tutti li odiano. Ed è questa la ragione, ed è uno schema che si ripete costantemente nella storia. Non è affatto qualcosa di nuovo.”
Mi ritorna sempre in mente, quando vedo articoli online di celebri quotidiani italiani che vedono sempre tutto nero per attrarre i clic, il mitico “Pessimist Archive”: la tecnofobia esiste.
Pensa che nel 1889 si temeva che l’elettricità avrebbe ucciso le persone, un po’ come oggi vediamo lo stesso con l’AI. La vignetta che segue esprime perfettamente il senso di disagio, di straniamento di fronte a qualcosa di nuovo.
E che dire del telefono?
Nelle parole di Marc:
“Quando Thomas Edison iniziò a lavorarci, l’idea che lo guidava era che gli operatori del telegrafo avessero bisogno di parlarsi tra loro. L’idea che una persona qualunque potesse alzare un apparecchio e parlare con un’altra persona qualunque era considerata del tutto inverosimile. Non sarebbe mai successo, secondo molti.
Il problema, all’epoca, era coordinare i messaggi tra gli operatori del telegrafo sparsi in giro per il mondo. E si diceva: se solo potessero parlarsi direttamente, il telegrafo funzionerebbe molto meglio. Un’opportunità enorme completamente mancata di vista.”
Internet è un altro esempio di iniziale scetticismo sfrenato. La lezione è che le grandi innovazioni di oggi, prima di essere considerate leggendarie ed entrare nel patrimonio comune, vengono quasi sempre considerate ridicole, dei giocattoli irrilevanti.2
Teoria… e realtà
Il contro argomento ad una visione troppo storica e teorica, ma più a stretto contatto con la realtà caotica, è fornito da Vinod Khosla:
“Lord Kelvin, che era presidente della Royal Society e forse la persona più informata di scienza nei primi del Novecento, nel 1906 disse che le macchine volanti più pesanti dell’aria erano impossibili — proprio poco prima che i fratelli Wright facessero volare il loro aereo. Non affidatevi agli esperti. Non accettate come vincolo ciò che il mondo vi dice essere possibile. Create il mondo che volete.”
Se una tecnologia verrà adottata, il giudice ultimo è la società; piccoli gruppi di persone audaci possono dare vita a ciò che il resto del mondo userà nei decenni a venire.
La mia visione attuale è che la storia aiuta enormemente a fare luce sul futuro, ma non deve mai essere un sostituto dell’esperienza diretta e pratica con il feedback della realtà: si completano, e spesso leggere vecchi lavori di discipline come filosofia o economia dà indizi su cosa sarebbe interessante costruire, magari grazie a recenti sviluppi favorevoli.
Ciò che non era possibile negli anni ‘80 del Novecento, ora sta diventando possibile?3
Deeper
pod (main)
Inside the Mind of A Famous Investor | Marc Andreessen | Knowledge Project • Link
sport
John Isner vs Nicolas Mahut | Wimbledon 2010 | The Longest Match in Full • Link
images
U.S. Air Force Senior Airman Madelyn Keech, Public Domain • Link
The Unrestrained Demon” (cartoon anti-elettricità, 1889) — autore sconosciuto, dominio pubblico • Link
un po’ come il celebre match Isner-Mahut di Wimbledon: per non dimenticare.
Marc: “Quando è apparsa l’automobile, era considerata una sciocchezza, un giocattolo. J.P. Morgan in persona si rifiutò di investire nella Ford dicendo: “È solo un giocattolo per ricchi.” E in effetti, all’epoca lo era: se avevi una macchina, dovevi essere ricco, avere un autista, e a volte anche un assistente per alimentare il motore. In più, viaggiavi con un meccanico a tempo pieno perché si rompeva ogni pochi chilometri. Insomma, c’erano molte ragioni per dubitare.”
Due pensieri di Nassim Taleb che da anni mi muovono su questo argomento:
“Per comprendere il futuro non avete bisogno del gergo tecnoautistico, dell’ossessione per le «applicazioni vincenti» e di altre cose di questo genere. Vi occorre solo questo: un po’ di rispetto per il passato, un pizzico di curiosità per le testimonianze storiche, il desiderio di impadronirvi della saggezza degli anziani e la comprensione del concetto di «euristica», cioè di tutte le regole empiriche, spesso non scritte, che sono tanto determinanti per la sopravvivenza. In altre parole, sarete costretti a dar peso alle cose che esistono da un bel po’, che sono sopravvissute.”
“Ho ricevuto una lettera interessante da Paul Doolan di Zurigo, che si chiedeva come possiamo insegnare ai bambini le abilità necessarie per il XXI secolo se non sappiamo quali saranno: ha scoperto un’elegante applicazione del grande problema che Karl Popper definiva «errore dello storicismo». In sostanza la mia risposta è: spingiamoli a leggere i classici. Il futuro è nel passato. A questo proposito esiste un proverbio arabo che recita: «chi non ha passato non ha futuro».”






