Mike Maples: Back to the future
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Iniziamo con un celebre aforisma di William Gibson, per creare l’atmosfera giusta:
“Il futuro è già qui, solo che non è distribuito in modo uniforme.”
Back to the future
Le aziende consolidate sono complesse. Pensa alle risorse impiegate da Tesla, il suo marchio, i processi, la distribuzione, i valori.
Un’acerba startup non è nulla di ciò; è una visione psichedelica di un viaggio nel futuro di uno o più founders, un’intuizione da solleticare e coltivare, con altri impavidi “crazy ones”. Nelle parole più precise del vc Mike Maples:
“Molte delle grandi startup nascono da persone che vivono nel futuro e notano qualcosa che manca. Il loro compito, poi, è come quello di un viaggiatore nel tempo: vivono nel futuro, vedono qualcosa di importante, e tornano nel presente per portare con sé i primi veri credenti. E da lì il movimento cresce fino a coinvolgere moltissime persone.”
Mike ritiene che le intuizioni svolgano un ruolo chiave, perché sono le fondamenta di una grande startup. Ma non è banale l’ideazione:
“L’errore tipico nello sviluppo di intuizioni è restare ancorati al presente e andare a caccia di spazi di mercato non coperti. Perché se guardi solo ai vuoti dell’attuale mercato, è molto probabile che altri ci abbiano già provato. Inoltre, non ti accorgi che spesso è proprio l’intuizione a definire il mercato.”
Assomiglia al modus operandi di Jensen Huang, un maestro nel costruire mercati da zero, posizionandosi con un decennio d’anticipo – e un’idea forte – finché non sorgerà il bisogno nelle persone, quando la tecnologia diventerà matura e disponibile.
Sempre Mike:
“Nelle startup i mercati non riguardano tanto il “mappare un territorio” già esistente. Si tratta piuttosto di scoprire qualcosa di prezioso sul futuro, e iniziare un movimento di persone che credono ciò in cui credi tu, finché alla fine tutti ci credono.”
L’idea di creare un movimento è fondamentale: senza una massa critica di persone che amano il prodotto, come può una startup sopravvivere a lungo? Perché alcune idee resistono nel diventare virali, mentre altre letteralmente si trasformano velocemente in un virus che infetta tutti i nodi di una rete?
Trovo che ci sia una componente emozionale nelle più riuscite intuizioni: pensiamo al controverso caso Studio Ghibli in ChatGPT: come si resiste alla tentazione di aggiungere il filtro a familiari e amici, gustandosi poi le loro reazioni all’invio del messaggio? In un colpo solo, si crea uno scenario in cui si incentivano nuove persone a scaricare l’app, e a “ghiblizzare” a loro volta dei conoscenti, e così via.1
Le startup sono proprio questo in fondo, singole intuizioni che hanno bisogno di diffondersi, mese dopo mese, tattica dopo tattica, fino al raggiungimento dell’auspicabile maturità esponenziale.
Ma se il cuore dell’idea non pulsa in alcun modo, è quasi impossibile farlo battere in un secondo momento.
I momenti di svolta
Nell’arco temporale di vita di una startup, non tutti i momenti sono ovviamente uguali, ma alcuni – rari – lungo il percorso possono rivelarsi decisivi. Mike li definisce così:
“Un’inflection è un evento esterno che crea la possibilità di un cambiamento radicale nel modo in cui le persone pensano, sentono e agiscono. Avvengono al di fuori di qualsiasi startup o azienda, non sono generati dall’interno. (…) L’inflection che ha reso possibile Lyft è stato l’arrivo dell’iPhone 4S, che integrava un chip GPS.”
Lui chiarisce che la legge di Moore non appartiene al regno delle inflections, essendo una curva di miglioramento tecnologico, non un vero punto di svolta.
Cosa significa per le startup tecnologiche, dunque? Continua:
“È un momento in cui viene introdotta una novità che rende possibile per la prima volta un nuovo tipo di potere, una nuova forma di abilitazione. Per questo si parla spesso di “timing” e di “perché proprio ora”. Le inflections sono, per me, la risposta a questa domanda. Si poteva anche avere l’idea del ride sharing prima dell’iPhone 4S, ma non avrebbe funzionato: passeggeri e autisti non sarebbero riusciti a trovarsi con sufficiente precisione. Se invece si fosse aspettato troppo dopo l’arrivo dell’iPhone 4S, sarebbe stato ovvio a tutti.
C’era quindi una finestra di tempo, un momento magico, in cui un nuovo tipo di abilitazione era possibile per la prima volta. I fondatori che hanno saputo coglierlo erano nella posizione giusta per trasformarlo in un prodotto radicale, capace di cambiare il futuro.”
Poi, fa un altro esempio pratico: Instagram è stato reso possibile da diversi grandi passi in avanti. Precisamente, c’è stata una convergenza di più punti di svolta:
miglioramento progressivo delle fotocamere per smartphone
un fattore chiave per diventare un’alternativa alle tradizionali fotocamere
adozione crescente degli smartphone
superando la soglia dei 10 milioni di utenti
collegamento crescente a reti Wi-Fi
migliorando le velocità di upload
Questo mix rese lo smartphone un dispositivo abbastanza valido per sostituire le tradizionali fotocamere digitali, sia per qualità delle immagini, che per praticità di utilizzo.
Vale dunque la pena notare l’importanza del tempismo: se fosse uscito nel 2008, probabilmente non avrebbe minimamente impattato il mondo; non c’erano le condizioni.
La cosa interessante qui, è che i punti di svolta non sono necessariamente tecnologici…
Airbnb & Twitch
Mike coinvolge Airbnb come ottimo esempio, con più fattori verificatosi nello stesso periodo, che hanno scatenato la sua crescita:
“Uno è stata la diffusione delle recensioni online, e la crescente fiducia delle persone nelle recensioni come alternativa alla fiducia nel marchio di un hotel. Poi c’è stato Facebook Connect, che ha reso possibile condividere le informazioni dei profili, facendo sì che ospiti e host non sembrassero più del tutto estranei.”
E oltre a questo, ha aggiunto Mike, è arrivata la grande crisi finanziaria del 2008: “Molte persone si sono ritrovate in difficoltà con i mutui delle proprie case e avevano bisogno di trovare un modo per generare reddito.”
Uno sguardo affilato sul presente è spesso ciò che separa founder/investitori nella media da quelli eccezionali. La crisi del 2008 non era impossibile da prevedere: chi lo ha fatto, come Michael Burry, ha potuto scommettere al meglio sulle sue implicazioni per la società.
Un altro esempio: Twitch, piattaforma posizionata splendidamente per accogliere i punti di svolta:
“Credo ce ne siano stati un paio. Il primo è stato il passaggio verso i contenuti generati dagli utenti e la nascita delle “celebrità di internet”. Justin Kan [cofounder] voleva diventare un influencer prima ancora che esistesse la parola per descriverlo. In realtà stava costruendo un prodotto che lui stesso desiderava.
Ma proprio poco prima di Twitch, o meglio di Justin.tv, che era l’azienda originaria, il “personaggio dell’anno” scelto da Time era stato “You”, cioè “tu”, con YouTube in copertina. Quello è stato un punto di svolta enorme nel modo in cui si consumava l’intrattenimento.
Allo stesso tempo, la diffusione della banda larga aveva raggiunto una massa critica. Le CDN (Content Delivery Network) stavano diventando molto efficaci, e si pensava che sarebbero migliorate ancora. Ci si trovava quindi per la prima volta nelle condizioni per trasmettere video in diretta su internet su larga scala. Solo due anni prima non sarebbe stato possibile. Anzi, Kyle Vogt [cofounder] dovette inventare soluzioni tecniche quasi miracolose per riuscire a farlo funzionare già allora.” ha raccontato Mike.
“Ma si poteva intuire che, se il video in streaming in tempo reale avesse funzionato, sarebbe diventato qualcosa. Lo vedevi chiaramente: se funziona, diventa un fenomeno.”
I cambiamenti tecnologici, culturali, economici, etc. – dai più prevedibili ai meno – possono svolgere tutti un ruolo decisivo.
Mi piace pensare ai punti di svolta come una strada con pendenza variabile: piana, in salita o in discesa, a seconda delle temporanee condizioni del mondo che la startup sta navigando. Ovviamente le qualità di chi guida la vettura sono fondamentali per approfittare al 100% delle condizioni favorevoli.
Cosa insegna l’evoluzione della ruota?
Michael Saylor, in una discussione con Mike, ha raccontato che i Romani avrebbero potuto inventare la stampa molto prima di Gutenberg:
“Avevano i sandali che lasciavano impronte nel fango. In teoria, si sarebbe potuto fare il collegamento tra quei segni nel fango e l’idea dei caratteri mobili per la stampa. Ma nessuno lo fece.”
Spesso, i punti di svolta sono già qui, intorno a noi, in ogni momento. La vera impresa è semplicemente notarli, coglierli tempestivamente. I più preparati, secondo Mike, riusciranno:
“Nell’atmosfera che ci circonda c’è sicuramente qualcuno pronto a sfruttare un punto di svolta, che la maggior parte di noi supererebbe senza neppure notare.”
Questo pensiero di Maples riverbera con la celebre “cecità da schlep”, diffusa da Paul Graham:
“Una cosa che amo dei punti di svolta è che possedere una nuova “forza” non significa automaticamente sapere come usarla. Un esempio antico: la ruota è stata usata in orizzontale per circa 500 anni prima che qualcuno la montasse in verticale. All’inizio serviva solo a fare vasi di ceramica: un’innovazione utile, perché velocizzava quel lavoro. Ma quando qualcuno decise di montarla verticalmente, improvvisamente rese possibile trainare carri, cambiando per sempre i trasporti.”
Pensa che la bicicletta come la conosciamo oggi è nata poco più di 125 anni fa, alla fine dell’Ottocento: com’è possibile se la ruota esisteva da così tanto? (in foto il velocipede, un suo bizzarro antenato)
Pare che l’istinto a innovare non faccia parte della nostra natura, ma sia trasmesso culturalmente: in condizioni economiche critiche, come è stato vero per la maggior parte delle persone negli ultimi millenni, non è certo immediato pensare di voler creare un nuovo mezzo di trasporto come una bicicletta: le priorità tendono ad essere questioni di sopravvivenza.
Infatti, fu il barone Karl von Drais, dotato di molto tempo libero, a sperimentare con il suo design fino all’approdo del progetto a due ruote; migliorato dopo decenni di iterazioni, testando i materiali più vari. Nelle parole di Jason Crawford:
“Anche dopo che Drais aveva trovato il progetto a due ruote, ci vollero molti tentativi, distribuiti nell’arco di decenni, per arrivare a un modello davvero efficiente, comodo e sicuro. In secondo luogo, i progressi nei materiali e nelle tecniche di produzione furono probabilmente necessari per avere una bicicletta di successo commerciale.
Non è semplice distinguere quali miglioramenti di design furono resi possibili da nuovi materiali e tecniche, e quali furono invece pura immaginazione inventiva ancora inespressa. Ma il fatto che le persone accettassero di usare i precari modelli con ruote molto alte mi fa pensare che le gomme pneumatiche siano state cruciali.
È plausibile anche che fossero necessarie tecniche avanzate di lavorazione dei metalli per produrre catene e ingranaggi piccoli, leggeri, di qualità elevata e costante, a un prezzo accessibile—e che nessun altro meccanismo, come cinghie o leve, avrebbe funzionato altrettanto bene.
È plausibile pure che i telai in legno non fossero abbastanza leggeri e resistenti per essere pratici (di certo io non sarei entusiasta di pedalare oggi su una bicicletta di legno).”
Con i mezzi di cui disponiamo oggi, specie nel regno digitale, possiamo iterare ad una velocità mai consentita prima. Spetta a noi cogliere i punti di svolta man mano che sorgono, con la maggior consapevolezza possibile.
Deeper
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Pattern Breakers: How to find a breakthrough startup idea | Mike Maples, Jr. (Partner at Floodgate) | Lenny Rachitsky • Link
blog
Why did we wait so long for the bicycle? | Jason Crawford • Link
images
Brian Chesky e Travis Kalanick — Sophia Bush / Flickr, CC BY 2.0 | edited by D. Alba • Link
Kimberly White / TechCrunch, CC BY 2.0 | edited by D. Alba • Link
Photo-Illustration for TIME by Arthur Hochstein, with photographs by Spencer Jones—Glasshouse | edited by D. Alba • Link
“The American Velocipede”, wood engraving by Theodore Davis, Harper’s Weekly, Dec 1868 • Link
Qualche anno fa, quando gestivo una pagina Instagram (“Calciatori Ignoranti”, ora “The Squad” post cessione), ricordo che l’effetto più dirompente di tag nei commenti accadeva quando un video raffigurava una situazione bizzarra, come un attaccante che si divorava un gol davanti alla porta, o un intervento in scivolata mal riuscito, chiedendo alla community: quale amico ti ricorda questo?
Ed ecco una pioggia di usernames; immagino che il “taggatore” non vedeva l’ora di gustarsi la reazione emotiva virtuale, appena questo amico si fosse accorto della piccola presa in giro, con conseguente emoji o ricambio di sfottò. Infine, una parte di loro seguiva la pagina stessa, se non l’avevano ancora fatto. Un meccanismo simile all’effetto Ghibli.






