Nick Turley: la genesi di ChatGPT
futureOS v1, il sistema operativo di chi costruisce il futuro
“Head of ChatGPT” è un discreto biglietto da visita per presentare Nick Turley, uno degli architetti dietro l’app più pirotecnica, e fondamentalmente imprevedibile della storia.
v1
Nel dubbio, spedisci
Aprire la scatola magica
Vibes, oltre che modelli
Evoluzioni dell’interfaccia
Nel dubbio, spedisci
A cosa serve ChatGPT?
Fin dall’inizio, per il team non è stato facile rispondere precisamente, vista l’ampia portata della tecnologia: ogni persona ne fa un uso lievemente o enormemente diverso. È questo che la rende speciale.
Nick Turley ha raccontato che la vedevano come una specie di super assistente, ma i casi d’uso pratici erano davvero fumosi. La svolta decisiva – col senno di poi – fu organizzare uno dei tanti hackathon per costruire qualcosa con un gruppo di volontari, con il modello GPT-4:
“Avevamo un bot per le riunioni, che col tempo avrebbe potuto condurle al posto tuo. Avevamo un tool per programmare, che era forse in anticipo sui tempi. Ogni volta che testavamo una di queste idee più mirate, però, la gente voleva usarla per tutt’altro.” ha affermato Nick. “La tecnologia era troppo potente e versatile.”
Fu così rilasciata, nei mesi successivi, una versione più aperta per collezionare casi d’uso reali.
Invece di scervellarsi sull’indovinare come le persone vorrebbero usare il prodotto, sono state loro stesse a rispondere creativamente alla domanda. Si sono rivelate da sole, nella loro inafferrabile diversità.1
Come disse René in Boris… Genio!
Nick nota un aspetto tipico dell’AI: bisogna rilasciare per capire cosa è possibile, e cosa vogliano davvero le persone. Dalla prospettiva aziendale, solo così si può imparare velocemente, e iterare di conseguenza. Un mantra senza tempo della Silicon Valley.
Quel successo lampo non era affatto previsto, e gli utenti decisero di non abbandonarla dopo i primi giorni: piaceva, e tanto a quanto pare, anche se il team non comprendeva bene perché.
Era tempo, per il team, di attivare la modalità “vero sviluppo del prodotto”, per sistemare le imperfezioni della v1.
Quest’app è stata un esperimento fin dalla sua essenza, dato che non si può prevedere il comportamento degli utenti con essa; questo pensiero di Turley è emblematico della confusione in questo settore:
“Non ho mai lavorato su un prodotto così empirico. Se non osservi e ascolti attentamente cosa fanno gli utenti, rischi di perdere tantissimo, sia in termini di utilità che di rischi.”
Questa è la peculiarità dell’IA; di solito, quando si lancia un prodotto, si conosce cosa fa; in questo caso no: “Molte cose emergono solo dopo. Devi ascoltare, capire cosa la gente prova a fare, e iterare. Per questo è fondamentale prendersi pause per osservare.”
Quell’aspetto d’imprevedibilità a cui accennavo inizialmente è critico. Essendo un super assistente generalista, i casi d’uso stanno emergendo semplicemente lanciando la palla alle persone. La cosa più logica è ottimizzare solo dopo che l’intelligenza collettiva si sia espressa.
Nel dubbio, dunque, spedisci il più velocemente possibile e osserva attentamente.
Aprire la scatola magica
Nick ha osservato che la fidelizzazione degli utenti, passando dagli early adopter al tipico utente medio, era addirittura in crescita.
Com’è possibile che ChatGPT abbia raggiunto una retention vicina al 90%?
Una spiegazione di ciò, banalmente, è la sua incredibile utilità nella vita di tutti i giorni: perché perdere minuti per trovare risposte insoddisfacenti sul vecchio Google (nel pre Gemini), quando ChatGPT ci impiega secondi, in modo più efficace?
E, collegato, il livello di personalizzazione: è un partner di pensiero, non un semplice motore di ricerca o mezzo di risoluzione bruta di problemi. A volte, è bello spingere un po’ in là certe nostre credenze, e vedere quanto siano spesso acerbe e malformate. Quando a fine 2024 ho visitato il Rijksmuseum ad Amsterdam, mi ha dato una mano contestualizzando alcune opere, ha migliorato la mia esperienza da novellino d’arte.
Più tempo passa, più le persone impareranno ad apprezzare sempre più questa tecnologia, superando le legittime paure iniziali causate dal notevole balzo in avanti, rispetto agli standard a cui eravamo abituati.
Capisco meglio perché Bill Gates riteneva una svolta questa piattaforma.2
Nick ha sottolineato anche l’importanza di lasciar evolvere pazientemente il prodotto, a braccetto con le persone di tutto il mondo; delegare a un’IA non è ancora naturale per la maggior parte, ma imparano in fretta a coniugarla con i propri obiettivi di vita.
Vibes, oltre che modelli
È innegabile che la buona resa del modello sia fondamentale, e concentrarsi sulle sensazioni che trasmette non è triviale. Pensa che mia madre si stava offendendo perché da un giorno all’altro ChatGPT stava diventando più freddo e rude nel tono, con meno emoji a condire le risposte. È facile comprendere perché, infatti l’app sta prendendo la direzione di chattare in modo più empatico con noi.3
Nick spiega che il modello GPT-5 è caratterizzato da vibes molto buone, essenzialmente grazie a tre aspetti: 1) un team che lavora sul comportamento del modello, delineando la sua personalità e il modo in cui parla, 2) nuove funzionalità, come la ricerca o la memoria avanzata e 3) la rimozione continua di frizione, come la mancanza del login per provare l’app: una manna dal cielo, appena hanno avuto abbastanza GPU per sostenere l’idea.
Tre elementi chiave nel miglioramento della retention.
Mi soffermerei sulla memoria: credo sia una delle caratteristiche più importanti per costruire un autentico fossato competitivo dell’app: una volta che avrai stretto un legame così intimo e sincero che manco tra amici o fidanzati, come potrà un altro modello essere più utile e amichevole? Il caso avverso è che, per timore di perdere privacy, molte persone evitino di attivarla, preferendo mantenere le distanze come se fosse un conoscente o estraneo, nulla di più.
L’obiettivo dichiarato del team è che diventi sempre più tuo, supportando la tua vita quotidiana, senza dovergli ricordare tutto ogni volta. Nelle parole di Nick:
“Immagina di avere qualcuno che ti conosce bene, che capisce cosa stai cercando di fare, che ha accesso a tutti gli strumenti digitali che usi e che può agire per conto tuo. Non in modo invasivo, ma come un partner affidabile.
Nel futuro, l’IA potrebbe già sapere quali sono i tuoi progetti, le tue preferenze, il tuo stile. Potrebbe anticipare i tuoi bisogni e proporti soluzioni.”
Da un lato, ha perfettamente senso per elevare la nostra esperienza, arricchendola grazie alla personalizzazione; dall’altro, nutro perplessità sul voler anticipare i bisogni: non è un po’ in contrasto con la volontà di rendere gli individui più agentici, responsabili delle proprie azioni? Dov’è la linea gialla da non oltrepassare per renderlo un partner piacevole, ma non troppo invasivo?
È la classica questione degli algoritmi, che verrà amplificata dalla memoria: a volte li ringraziamo per delle scoperte realmente fantastiche, altre li malediamo per l’enorme tempo che ci sottraggono.
Evoluzioni dell’interfaccia
Qualche mese fa è stata resa pubblica la collaborazione tra Sam Altman e Jony Ive, in merito alla progettazione di un nuovo dispositivo hardware più adatto per convivere con l’intelligenza artificiale.
Secondo Nick, il linguaggio umano è la forma più naturale per comunicare con un software, ma ha grossi dubbi sulla “chat”: sarà l’interfaccia del futuro, o solo il primo semplice step in auto verso un viaggio in aereo?
Lui è sorpreso di quanto successo abbia avuto quella forma. Cosa c’è aldilà dell’interfaccia conversazionale? L’unica certezza: gli umani sono piuttosto rapidi nell’adattarsi a qualcosa di nuovo che fa breccia con il proprio essere.
Pensiamo alla voce: se non l’hai già provata, è davvero impressionante parlare con ChatGPT. Nick l’ha spiegata con una riflessione dalle tinte fantascientifiche:
“E non deve necessariamente essere come parlare con un umano. Può anche avere modalità diverse: più sintetica, più tecnica, più narrativa. O le funzioni multimodali: vedere, sentire, generare. Non tutto si riduce a testo in chat.”
E poi ha aggiunto questo:
“Quando penso a lungo termine, mi immagino una sorta di “Windows per l’IA”: un’interfaccia che permette all’IA di esprimersi in modi diversi, con applicazioni che nascono sopra. ChatGPT oggi è un po’ come l’MS-DOS: potente, ma grezzo. Non abbiamo ancora costruito “Windows”.”
Mindblowing.
Il passaggio dalla complessa interfaccia testuale MS-DOS, ad un’interfaccia grafica più elegante Windows trasformò l’utilità del computer: finestre e icone “compressero” i mattoni di testo.
La domanda cruciale: quanto è intuitivo il design?4
A riguardo, ho adorato questa metafora di Steve Jobs sul desktop del Macintosh:
“La gente sa intuitivamente come comportarsi con una scrivania. Se si entra in un ufficio, ci sono delle carte sulla scrivania. Quella che sta in cima è la più importante. La gente sa come destreggiarsi tra le priorità. Il motivo per cui abbiamo modellato i nostri computer su metafore come quella del desktop è che facciamo leva su un’esperienza che la gente conosce già.”
Idealmente, minore sarà la frizione provata nell’interagire con l’IA, maggiore la fecondità dell’esperienza. Probabilmente nascerà almeno un modo più “sottile” e naturale per comunicare con questi supercomputer. Il fatto che pure il modello evolverà drasticamente, non sapendo con certezza in quali direzioni (AGI?), rende il tutto ancora più imprevedibile.
Pensa che non è stata nemmeno scontata la presenza del touchpad sui primi computer portatili degli anni ‘80, ma si dovette aspettare Apple con il suo PowerBook a metà degli anni ‘90…
Deeper
pod (main)
Inside ChatGPT: The fastest growing product in history | Nick Turley (OpenAI) | Lenny Rachitsky • Link
blog
The Age of AI has begun | Bill Gates • Link
book
Steve Jobs di Walter Isaacson • Link
images
Introducing the Intelligence Age | OpenAI • Link
A letter from Sam & Jony | OpenAI | edited by D. Alba • Link
IBM 5140 Convertibile, Ventiquattrore • Link
Apple Powerbook 540c | Danamania • Link
Queste parole di Greg Brockman, cofounder OpenAI, rendono ChatGPT ancor più enigmatica:
“Una cosa che distingue OpenAI dalla tipica startup è che abbiamo fatto tutto al contrario. In teoria, dovresti partire da un problema da risolvere, perché a nessuno interessa la tecnologia in sé. E invece noi abbiamo inseguito la tecnologia senza avere la minima idea di come sarebbe stata applicata.”
Bill Gates: “Nella mia vita ho assistito a due dimostrazioni tecnologiche che mi hanno colpito come davvero rivoluzionarie.
La prima volta è stata nel 1980, quando mi fu mostrata un’interfaccia grafica: il precursore di tutti i moderni sistemi operativi, compreso Windows.
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale è altrettanto fondamentale quanto l’invenzione del microprocessore, del personal computer, di Internet e del telefono cellulare. Cambierà il modo in cui le persone lavorano, apprendono, viaggiano, ricevono cure mediche e comunicano tra loro. Interi settori si riorganizzeranno attorno ad essa. Le aziende si distingueranno in base a quanto sapranno utilizzarla al meglio.”
Una cosa che mi piace meno è quando mira fortemente a soddisfare il nostro bias di conferma, piuttosto che rispondere con dei crudi fatti oggettivi; credo sia una sfida difficile trovare un equilibrio qui. A volte le persone non vogliono sentire la verità.
Walter Isaacson, nella sua biografia di Jobs: “«Questo dunque è il nostro approccio, un approccio molto semplice, e abbiamo come obiettivo una qualità da Museo d’Arte Moderna. Dal nostro modo di gestire l’azienda, il product design e la pubblicità emerge un concetto fondamentale: facciamolo semplice. Semplicissimo.» Il mantra della Apple sarebbe rimasto quello che compariva nella prima brochure: «La semplicità è la massima raffinatezza».
Jobs riteneva che una componente fondamentale della semplicità del design fosse rendere i prodotti facili e intuitivi da usare. Sono due cose che non vanno sempre a braccetto. A volte il design è così semplice ed elegante che l’utente si trova a disagio e in soggezione e non sa da dove cominciare. «Il principio fondamentale del nostro design è che dobbiamo rendere le cose intuitivamente evidenti» disse alla folla degli esperti.”







